In Seed Media Agency siamo nati quasi tutti tra gli anni ’80 e ’90 e spesso ci troviamo a discutere del rapporto che abbiamo avuto con la tecnologia, con l’avvento di internet nelle nostre vite e, spesso, di videogiochi. Da una di queste chiacchierate è nato questo articolo scritto a quattro mani, da me e Giovanni La Marca, in rappresentanza degli anni ’80 (io) e degli anni ’90, il buon Giovanni. Contiamo di aggiungere presto il punto di vista di qualcuno nato negli anni 2000.

Gli anni 80

1988. Interno, notte. Ore 1:24

Sono chiuso in camera mia. Ho 5 anni.
Mio fratello, più grande di me, dorme da due ore. Domattina si sveglierà alle 7 per andare a scuola, io alle 8.10, per andare alla stessa scuola.

Sono sveglio perché sto giocando dalle 21:00 con la mia prima console per videogame, il Commodore 64.Una diavoleria elettronica che è entrata nella mia vita come un Big Bang cosmico, l’inizio di una passione videoludica che dura tutt’ora. Il Commodore 64 era composto da una tastiera, un joystick e un mangianastri.

I giochi si acquistavano in edicola ed erano su cassetta magnetica. Le stesse cassette, quelle col nastro, con cui si ascoltava la musica negli anni ’80.
Quando inserivi la cassetta nel mangianastri, improvvisamente lo schermo della Tv diventava tutto blu.

Lo schermo della tv a tubo catodico ribolliva, stava accadendo qualcosa di magico.
Ecco comparire una scritta: “Press play on Tape”, dice il mio Commodore 64.
Sto comunicando con la mia console, mi sta chiedendo di scrivere play con la mia tastiera per far leggere il gioco contenuto nella cassetta. Incredibile.
Quando si ruppe il mangianastri, lo azzeccammo con la colla e si inceppò per sempre, ma questa è un’altra storia. La mia storia con i videogame continua invece da allora senza sosta.

Il primo Super Nintendo

Quando arrivò il primo Super Nintendo fu un’esplosione di gioia.
L’edizione che comprai conteneva un’incredibile pistola, con cui potevi giocare a colpire le papere che volavano o i frisbee. Ci ho giocato per ore, con tutti i miei cugini, zii, amici che avevo allora.

Per non parlare del primo Super Mario su Snes. Ore e ore di puro divertimento videoludico. Giocare a Super Mario all’epoca era decisamente la cosa più figa che si potesse fare, da solo o, ancora meglio, in compagnia.

 

I picchiaduro

Dopo arrivarono i Picchiaduro: Street Fighter e Mortal Kombat hanno rubato, in due, almeno un anno della vita. Conservavo i soldi per andare in edicola a comprare le riviste specializzate di videogame. Su quelle riviste era possibile trovare le combinazioni di tasti necessarie per fare i colpi speciali, o per le fatality in Mortal Kombat. Oggi qualsiasi adolescente andrebbe su Google con il proprio cellulare e troverebbe i codici in due secondi.

Ma ad inizio anni ’90 non era così semplice. E, se l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, potete solo immaginare l’emozione che provavo quando, dopo aver tentato 30 volte, riuscivo a fare una fatality al mio avversario: teste sgozzate che cadevano in un burrone, corpi impalati, arti strappati, sangue a fiumi. La violenza gratuita di quel gioco ci insegnò che si può ridere anche di queste cose, quando capisci che in fondo è solo un videogioco, e chi dice che questi giochi instigano alla violenza, semplicemente non ci ha mai giocato. Lo pensavo allora e lo penso tutt’oggi.

Super Mario 64

Poi è stata la volta di Super Mario 64. Era Natale del 1997 e sotto l’albero, con le mani che mi tremavano per l’emozione, anche se sapevo già cosa contenevo il pacco, data la mia esplicita richiesta, aprivo il mio primo Nintendo 64. La scatola conteneva anche un gioco, Super Mario 64.

La prima volta che ci ho giocato mi sono sentito come un uccello che comincia a volare per la prima volta, anche se in effetti non so come si senta un uccello che vola per la prima volta, ma secondo me la sensazione è simile: libertà, libertà assoluta.

Le ore trascorse a giocare a Super Mario 64 erano ore in cui ero libero di andare dove volevo, fare ciò che volevo, grazie all’incredibile motore grafico 3D e al primo Open World della storia dei videogiochi. Non dovevo seguire lo scorrimento dello schermo, andare dove mi veniva detto di andare, fare ciò che mi veniva detto di fare. No, in Super Mario 64 potevi fare quello che volevi, letteralmente. Passare ore a pescare o a scivolare attraverso i tubi tentando di battere il record precedente. Correre nel mondo senza una meta apparente. Cazzeggiare in un lago e farti una nuotata.C’era la storia, tra l’altro bellissima, ma quella sensazione di assoluta libertà è stata uno shock assoluto per i videogiocatori di quell’epoca.

 

Zelda 64

Uno shock che anticipava quello che sarebbe successo con l’altro grande capolavoro dell’epoca, Zelda 64 – The Ocarina of Time. Era un film più che un videogioco, una favola dentro la quale ti immergevi completamente. Giochi che hanno cambiato la percezione comune di “videogioco” e hanno fatto capire ad una generazione di giocatori che si stava per entrare in mondi senza limiti, sempre più complessi e affascinanti.

Da allora le cose sono cambiate parecchio ma questi capolavori restano tali, come dimostra la sempre più affascinante varietà di console e dispositivi per il retrogaming. E’ abbastanza incredibile che, all’epoca degli Oculus e della realtà aumentata, ci siano giocatori che hanno voglia di sfidarsi ancora a Street Figher, di giocare insieme a Metal Slug o di provare l’emozione di rigiocare un grande classico degli anni 90.

Non è soltanto la nostalgia però a guidare questi giocatori, ma è la consapevolezza che un gameplay perfetto resterà per sempre perfetto e giocare ad un gioco perfetto restituirà sempre una perfetta gioia videoludica.
Raffaele.

Gli anni 90

Mio fratello è sempre stato un grande appassionato di tecnologia e in particolare del mondo dei videogiochi. Purtroppo questa sua passione lo portava a passare più tempo a giocare con la sua PS1 che a studiare, dopo tutto come dargli torto considerando l’innovazione tecnologica che ha portato quella console. Uno dei miei ricordi più nitidi è stato quando mia madre, spinta dai voti un po’ bassi di mio fratello, lanciò la Playstation dal nostro balcone. Inutile dire che mio fratello poco dopo ne comprò un’altra, con la quale giocava di nascosto in bagno (portando con se un televisore).

Fortunatamente mio fratello non mi faceva solo “guardare”, nonostante fossi piccolo, mi passava sempre il joypad e mi insegnava a giocare a tutti quei magnifici titoli che hanno poi formato la mia mente da videogiocatore. Ovviamente, il boss finale toccava sempre a lui, ricordo il terrore nel mio corpo quando a Tekken 3 passavi dallo sfidare Heachi a combattere con Ogre. Era lui l’unico in grado di batterlo.

Medievil

Sicuramente il gioco che mi divertiva di più era Medievil. Ho sempre avuto grande stima del protagonista, Sir Daniel Fortesque, cavaliere caduto per primo in battaglia contro il terribile Zarok, che nonostante ciò era celebrato come un grande eroe. Dopo secoli, il suo acerrimo nemico torna più forte di prima, e Daniel ha un’altra possibilità di sconfiggerlo per davvero questa volta.

Ecco, di solito nella narrativa classica l’eroe è una persona che all’inizio del libro ha una sorta di talento che poi sviluppa per diventare l’eroe della storia e uccidere il cattivone di turno, Daniel Fortesque invece era completamente l’opposto. Goffo, senza una mandibola e un occhio ritorna in vita come un mucchietto di ossa, il mondo intorno a lui ha scoperto la verità nel frattempo e tutti sanno la sua vera storia. Persino i grandi eroi, che sono riuniti in una sorta di stanza sacra, hanno bisogno di una dimostrazione del suo talento.

Ed ecco che il nostro sfiduciato protagonista riesce a distruggere mostri giganti fatti di vetro, lupi di pietra, capitani di navi fantasma e zucche giganti. Man mano che si avanza nel gioco i grandi guerrieri regalano a Daniel delle armi sempre più forti, siccome si rendono conto che lui può essere un vero eroe. Il gioco si conclude con Daniel che, una volta sconfitto Zarok, banchetta con tutti i più grandi eroi della storia, e una statua viene creata per celebrare il suo successo in battaglia, questa volta meritatamente.

Daniel durante tutto il gioco va incontro ad un grande processo di rinascita della sua persona, il destino ha voluto dargli un’altra possibilità e non vuole sprecarla questa volta. Essendo un bambino un po timido, che non si sentiva un vero “eroe”, ho sempre apprezzato questa caratteristica di Daniel, ed è per questo che mi è rimasto impresso. Ho imparato che anche se gli eventi a volte remano contro di noi, bisogna rimboccarsi le maniche e dimostrare al mondo che siamo capaci di superare ogni ostacolo. Li ho capito che i videogiochi non solo sono degli strumenti di intrattenimento, ma possono emozionarci e insegnarci qualcosa tanto quanto un libro o un film.

I videogame mi hanno dato la possibilità di vivere le storie che amavo, non solo di usufruirne come spettatore, ero io il protagonista. Più un gioco mi imponeva delle scelte e più ne ero attratto, creare la mia storia era la cosa più affascinante di quel mondo.
Giovanni.